Intervista a Cristian Vitali e Maurizio Targa, autori di "UndiciMetri"

Calciobidone, Calciobidoni - non comprate quello straniero ed ora UndiciMetri: la creatività letteraria di Cristian Vitali è senza confini!

UndiciMetri è l'ultimo progetto letterario di Vitali, accompagnato dall'esperto di calcio italiano Maurizio Targa, giornalista con esperienza in RAI e scrittore di tutto rispetto. Come facilmente intuibile dal titolo, il libro tratta la storia dei metri calcistici più famosi ed iconici: quelli del calcio di rigore.

Abbiamo intervistato questa coppia di scrittori, che per cultura calcistica ed originalità nell'esposizione rappresenta un formidabile compendio di conoscenza sportiva ed ironia.

L'intervista è stata realizzata coinvolgendo entrambi gli autori, che ringraziamo per la rinnovata stima e simpatia dimostrata nei confronti di Calcio Gourmet.

- Cosa vi ha spinto scrivere un libro sui calci di rigore? Parlateci della genesi del vostro libro.

Cristian: avevo appena pubblicato “Calciobidoni”, ero già proiettato al seguito ma prima avrei voluto fare qualcosa di diverso, sempre però facente parte del medesimo “filone”. Ecco allora l’idea dei calci di rigore, solo sbagliati. Ci stavo però mettendo troppo tempo, e nel frattempo mi confidai con l’amico Maurizio, il quale si disse disponibile ad aiutarmi. Ecco allora una fusione delle nostre idee. Ognuno ha lavorato separatamente, poi abbiamo unito il nostro lavoro che si è rivelato felicemente compatibile, pur ognuno con il suo stile di scrittura. E laddove entrambi avevamo scritto dello stesso rigore (è successo con Baggio ai Mondiali in USA e a Di Biagio a quelli francesi), sono riuscito a fondere i nostri elaborati modificando pochissimo. Una sinergia che, lo ammetto, mi ha sorpreso in positivo. Ma del resto ebbi modo di conoscere le doti di Maurizio, con il quale c’è stata fin da subito, nonostante la differenza di età, una certa intesa. Sono orgoglioso di averlo spronato in un periodo poco felice della sua vita che poi è sfociato nella pubblicazione di due libri dedicati alla musica. E con questo posso dire di avergli dato il “la” anche per la letteratura sportiva. Ma ti dirà di più il diretto interessato.

 

Maurizio: è un’espressione trita e abusata, ma sono letteralmente cresciuto a pane e calcio. Un football romantico e ormai lontano, fatto di "Mercoledì sport" in TV e "Tutto il calcio minuto per minuto" alla Radio. Quello di un bambino - io - che aspettava "Eurogol" il giovedì a mezzanotte, per assaporare le immagini tremanti e rigorosamente in bianco e nero dalla Germania Est o dalla Bulgaria, a documentare i "sedicesimi" di Coppa delle Coppe o Coppa Uefa. Oltre gli affetti personali e il calcio, poi, le mia passioni sono la musica e la storia. Se dovessi scegliere un modello cui mi piacerebbe somigliare, indicherei sommessamente Sandro Ciotti: enciclopedia del cuoio pallonaro, quaranta festival di Sanremo seguiti come inviato e una cultura storica infinita. Il mio mito. Alla musica ho dedicato i miei primi tre libri, qui ho cercato di fondere le altre due mie passioni. “UndiciMetri” è infatti declinato su due angolazioni, due "mani di scrittura" differenti che a un lettore attento non sarà difficile riconoscere: più aneddotica e umoristica quella di Cristian, che segue la fortunata vena di "Calciobidoni"; dove il racconto è più incardinato nel contesto storico-politico del momento in cui il rigore veniva calciato, lì c'è la mia firma. Ho la presunzione di dirti che - insieme - formiamo una miscela niente male.

 

- Panenka, Totti, Pirlo, Cantona, Materazzi e Cristiano Ronaldo: grandi tiratori di calci di rigore, ma nessuno di questi è stato bravo quanto Giampiero Testa. Come avete scoperto le sue gesta? Maurizio, c’è qualche calciatore in Europa che sta ricalcando i suoi strabilianti numeri da rigorista?

Maurizio: Giampiero Testa è un personaggio dall'aurea mitologica. Del suo record non c'è riscontro negli almanacchi: non voglio dirti che sia "il bomba" del Bar dello Sport, ma insomma, testimone del suo primato sono lui e i suoi amici. Basti pensare che - a detta sua - il rigore più importante della sua vita fu quello calciato al Torneo di Cuggiono del 1961 contro le Cantine Sorrentine di Vittuone. Non proprio al cospetto del Real Madrid, insomma. Ne lessi in un'intervista del 2014 sul quotidiano "Il Giorno", e la misi elettronicamente da parte. Il libro stava prendendo forma, per poi conoscere un lungo periodo di stasi. Ma l'episodio era gustoso, e meritava di esserci, come la citazione di Ledio Pano, un albanese che - ahilui anch'egli senza il crisma dell'ufficialità, si auto-accredita di un filotto di 50 gol su 50 rigori. Un infallibile recente (si è ritirato nel 2013) e certificato le cui cifre sono insomma riscontrabili ufficialmente, è “Le God”, molto modestamente “il Dio”: così Matthew Le Tissier è ricordato dai tifosi del suo Southampton. Quarantotto rigori realizzati su 49 tentativi. Oggi, nel 2020, il miglior rigorista in attività è Robert Lewandowski. L’attaccante polacco in carriera ha calciato 51 rigori in totale, sbagliandone solamente 5. La sua percentuale realizzativa è pari al 91,1%. In Italia - in attività ma svincolato - c'è un vero asso dagli undici metri: è Giampaolo Pazzini, che vanta 35 centri su 39 calci di rigore calciati, con un tasso di conversione dell'89,74%. Potrebbe essere un affare per chi cerca un rigorista "usato sicuro".

 

- Dopo la guerra delle Falkland/Malvinas del 1982 vinta dai britannici, la “mano de Dios” del 1986 servì per vendicare la guerra persa dagli argentini. Beckham è poi riuscito nel 1998 e nel 2002 a scendere agli inferi e risalire nell’Olimpo del calcio per un espulsione da gioco violento e per un rigore che qualificò la sua Inghilterra al mondiale nippo-coreano, sempre contro gli argentini. Si può considerare il calcio di rigore realizzato al campionato Mondiale come uno strumento per sancire una supremazia di una nazione su un’altra?

Maurizio: Direi di no, è più spesso vero il contrario, ovvero che il fato scelga la dea Eupalla per stravolgere le gerarchie e regalare inopinate "rivincite" pallonare rispetto ad equilibri economico-sociali inversi. Hai ricordato la vendetta della "mano de Dios", dopo il fracasso di legnate rimediate dagli argentini nella guerra delle Falkland, che servì a riscattarne (almeno secondo loro) l'umiliazione bellica. Altro esempio di graduatorie sociali rivoltate, la vittoria della Steaua Bucarest nella finale spagnola di Coppa Campioni al cospetto del ricco Barcellona (1986), o della Cecoslovacchia sulla Germania Ovest agli Europei del '76: nessuno avrebbe scommesso un centesimo bucato sul trionfo degli uomini venuti dall'est al cospetto dei Paperoni spagnoli o tedeschi, eppure per una sera furono i ricchi a piangere. Se vuoi, anche la finale del 2006 che vide il trionfo del nostro calcio - non certo povero ma in pieno sfacelo calciopoli -, e ci vide prevalere sui tracotanti francesi forti del presidente FIFA Blatter sfacciatamente dalla loro, fu un esempio di ribaltamento dei pesi. Un discorso a parte meritano le "sliding doors", i bivi del destino: uno su tutti, Stella Rossa - Milan del 1988. Se quella serie di penalties fosse andata in un altro modo, probabilmente sarebbe cambiata la storia del calcio contemporaneo. Ho esordito dicendo che sono appassionato di storia, e uno dei primi comandamenti dello storicista è che essa non si fa coi "se"; ma nel libro mi sono divertito ad immaginare come sarebbe andata se avessero vinto gli slavi. Merita una riflessione.

 

- Cristian, rigore ed espulsione sono le penalità principali nel calcio moderno e secondo alcune scuole di pensiero le due punizioni non dovrebbero mai essere comminate nello stesso momento. Ritenete che la doppia punizione sia troppo penalizzante per chi commette il fallo da rigore?

Cristian: probabilmente sì, atteso che – in un sol colpo – la squadra, oltre a perdere un uomo, praticamente ha, nella grande maggioranza dei casi, un gol di svantaggio; e questo tutto insieme, all’unisono. Psicologicamente è una botta tremenda, che può essere spazzata via solo se avviene il “miracolo” per cui il rigore viene sbagliato: l’adrenalina conseguente derivata dallo “scampato pericolo” può riequilibrare le sorti, ma non dimentichiamo che l’uomo in meno resta sempre penalizzante. La scelta dell’espulsione da parte del direttore di gara andrebbe forse ponderata in base al risultato ma anche al momento della gara. Inutile – e, forse, anche beffardo – espellere un giocatore di una squadra che sta perdendo 4-0 a 20 minuti dalla fine. E poi, se l’episodio avviene nei primi dieci minuti la gara è segnata, se accade invece negli ultimi dieci è probabilmente ininfluente. Anzi, sarebbe un’aggravante il gioco scorretto compiuto nelle fasi finali di una gara, anche se il risultato è ancora in bilico. Ritengo, facendomi guidare dal buonsenso, che la cosa andrebbe ponderata correttamente, ma non è assolutamente facile, anche perché la discrezionalità può essere male interpretata dalle due opposte fazioni. Non esiste un metodo che sia più equo possibile, il regolamento va applicato così com’è.

 

Il giornalista di SL48 Domenico Ippoliti (al centro) e gli autori di UndiciMetri Maurizio Targa (a sinistra) e Cristian Vitali (a destra)
Il giornalista di SL48 Domenico Ippoliti (al centro) e gli autori di UndiciMetri Maurizio Targa (a sinistra) e Cristian Vitali (a destra)

 - In un episodio del vostro libro, citate l’ormai scomparso shoot-out. Pensate che questa pratica sia ormai obsoleta, o si potrebbe riutilizzare nel calcio moderno? Ad esempio, come valutereste se venisse utilizzato lo shoot-out al posto del calcio di punizione, nel caso di fallo da ultimo uomo?

Cristian: non scherziamo, lo shoot-out è una classica “americanata”, rappresenta quel senso di spettacolarizzare, da parte degli statunitensi, lo sport, per come lo concepiscono loro, cioè show allo stato puro. Da loro non deve esistere uno 0-0, pertanto ogni variante possibile è ben accetta, se concorre a creare più spettacolo, più emozioni. Lo shoot-out rientrava in questa casistica, è stata una mossa per rendere più appetibile al pubblico il soccer negli States, che sono storicamente poco propensi a questo sport, avendo tradizioni sportive sostanzialmente diverse da quelle europee. Nel libro si parla dell’utilizzo di questo meccanismo durante il Trofeo Birra Moretti e per quello deve essere considerato: un gioco da applicare nel calcio d’estate, fine a se stesso, niente di più, perché non è nella storia di questo sport. Da noi in Europa il calcio va benissimo così. Poi gli americani li conosciamo, ogni tanto se ne escono con qualche nuova trovata pittoresca, improponibile per noi, ma adeguata per i loro ritmi e il loro pubblico.

 

6. Con il nostro hashtag #CalcioGourmet siamo soliti paragonare aspetti calcistici con altri appartenenti al mondo culinario. A quale pietanza paragoneresti il “calcio di rigore”?

Cristian: il calcio di rigore è una sfida tra le parti, è il contrasto tra due elementi imprescindibili e necessari, agli opposti, l’attacco e la difesa più estremi (non a caso il portiere è l’estremo difensore). Quindi direi un piatto in cui convivono dolce e salato in maniera armoniosa, dove il retrogusto cambia dopo aver assaporato per prima una delle due modalità sulle proprie papille gustative. Mi spingo di più con la mia “concreta fantasia” e ti fornirò un menù completo. Immaginando un rigore disputato sui campi polverosi e in terra battuta di provincia dell’Eccellenza, come quelli dove gioca la squadra della mia città, il Pontinia allenato dall’amico Ubaldo Coco, direi:

  • come antipasto prosciutto e melone e torta rustica, accompagnati;
  • come primo, tortelli di zucca lombardi (o gnocchi, come mi fecero assaggiare a Sergnano in casa del mitico presidente della Sergnanese Matteo Bianchessi);
  • come secondo un pollo e fragole;
  • e come dessert il classico formaggio e pere.

Buon appetito, con le nostre storie di rigore!

 

Autore: Gianmaria Borgonovo

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